All'ombra del baobab: una voce dall'Africa

di Alessandro Piro



Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.
Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).
Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all'ombra di un Baobab, l'albero maestoso simbolo del Senegal, l'"albero dai 1000 anni", proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.




4 Gennaio 2012
Bene, è arrivata la fine dei miei tre mesi di vita in terra africana. Sono stati intensissimi, pieni di cose interessanti da raccontare, alcune le ho condivise attraverso questo blog, altre esperienze ho preferito tenerle per me.
Un italiano in Senegal viene catapultato in una realtà completamente diversa per il modo di vedere le cose e vivere la vita e questa differenza è un valore aggiunto e il vero regalo che mi porto a casa. Con una punta di orgoglio, devo dire che il nostro paese è ancora ben visto, almeno da queste parti, tant’è che, ad esempio, tutti adorano lo stile, la moda, le firme dell’abbigliamento “made in italy”; tantissimi uomini, poi, mi hanno ribadito la loro profonda stima verso il nostro calcio e l’attenzione verso l’aspetto tattico, che  riassumono in una parola: “catenaccio”, espressione che utilizzano parecchio.
L’Italia per i senegalesi però è soprattutto la seconda patria di tanti loro connazionali, ed è ancora fortissimo il mito del nostro paese quale primo sbarco del miraggio dell’Europa. Tante volte ho cercato di spiegare che la situazione non è quella che gli si mostra nei film o che gli viene raccontata da chi torna, che spesso arriva a mentire pur di non ammettere che fa un lavoro peggiore di quello che ha lasciato per partire, e che in Italia è duro campare e sbarcare il lunario. Solo per provare a rendervi l’idea di quanto è forte questo mito, uno dei cantanti più famosi del paese ha rifatto la famosa canzone di Bocelli "Con te partirò", trasformandola in “In Italia andrò”, scrivendo un testo nella lingua locale che parla della voglia di andare in Italia, lavorare per migliorare le proprie condizioni per poi tornare dall’amata che attende con ansia, ma felice di aver raggiunto il successo .
Una cosa che non ho capito e che probabilmente rimarrà per sempre un mistero è il fatto che, in tutta il paese, si utilizzano cartelloni pubblicitari dei film italiani e che poi qui vengono riciclati per gli usi più disperati, dalle coperture delle botteghe, ai teloni dei camion e perché spessissimo per incartare il pane usino della carta di giornali italiani.
Aldilà di questo, porterò con me per sempre tanti volti, parole, immagini, insegnamenti e spero di tornare a casa se non migliore, quantomeno diverso. Nel farlo voglio ribadire quanto sia grato al popolo senegalese per l’accoglienza che ha avuto nei miei confronti e per la spontaneità con cui si è mostrato agli occhi di un curioso toubab. Nei giorni immediatamente precedenti alla partenza, ognuno degli amici più cari mi ha salutato alla maniera senegalese stringendomi la mano sinistra, come si fa quando ci si saluta per un “arrivederci” e non per un “addio”.
Giunto al termine della mia avventura, mi pare doveroso ringraziare Gaia che mi ha messo a disposizione lo spazio del suo blog, la L.V.I.A. che ha reso possibile il mio sogno di trascorrere un periodo di tempo in Africa e soprattutto tutti voi che mi avete accompagnato con la lettura delle pagine di questo diario e con i numerosi commenti e incoraggiamenti che mi sono arrivati sia qui, che attraverso gli altri mezzi di comunicazione. In tanti casi ho potuto ribadire la mia gratitudine, quando non è stato possibile, ci tengo a dire che ho fatto tesoro di ogni singola parola di stima, incoraggiamento, critica che sia che avete avuto nei miei confronti. E comunque ben volentieri integrerò questi racconti conversando con chiunque volesse parlarne a quattr’occhi e chiedermi qualcosa a proposito della mia esperienza.
A questo punto non mi resta che salutarvi e concludere il mio diario in Senegal con un aforisma scritto da Calvino, che condivido in pieno. Sostituendo “i Liguri” con “i Siciliani”, faccio mia ogni singola parola della sua descrizione dell’essere viaggiatore, così voglio dedicare tutto quello che ho fatto e scritto alla mia famiglia e ai miei affetti che costituiscono la base solida e il punto di riferimento per tutto quello che ho fatto e farò nella mia vita.
“I Liguri sono di due categorie: quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi, [...] tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi.” (Italo Calvino)



27 Dicembre 2011
Le cose più belle capitano per caso. Un giorno mi aspetta una visita al centro di riciclaggio della plastica di Joal per prendere dei dati utili al mio lavoro di tesi. La riunione è posticipata per impegni vari e allora faccio un giro per Fadiouth, l’isola di fronte a Joal costruita interamente sulle conchiglie. Non immaginavo che il paradiso si trovasse in Senegal su un’isoletta legata all’Africa da un ponticello in legno e sospesa su uno strato di 15 metri di conchiglie. La bellezza di questo posto è davvero sorprendente. Sul ponte mi avvicina un ragazzo e comincia a parlarmi in un italiano stentato, volevo stare tranquillo e girare in i-Pod senza distrazioni, ma memore dell’esperienza alla Medina di Fez in Marocco (chi era con me sa a cosa mi riferisco), riconosco che in certe circostanze la guida è essenziale. In una collinetta dell’isola c’è il cimitero misto Cristian-Islamico, scopro qui che i Musulmani si fanno seppellire direttamente sotto la terra, in verticale, con la testa rivolta a La Mecca. A proposito di religione, a Joal c’è una maggioranza cristiana e la parrocchia è attivissima, per caso in strada incontro un missionario italiano, richiama la sua attenzione Simon, un commerciante di oggettini in legno e collanine. Il missionario mi apre gli occhi su quanto è difficile lavorare qui e portare a termine un progetto di cooperazione quando la classe politica locale, a cominciare da sindaco e assessori, si intasca i fondi e alla povera gente non arriva niente; loro si costruiscono le ville sul mare e la popolazione non ha scuole, ospedali, corrente elettrica e acqua potabile. Poi mi spiega di cosa si occupa: organizza vacanze sostenibili, cioè tour organizzati per vedere il Senegal  ... quello vero; ad ogni tappa il trasporto, il vitto, l’alloggio sono curati dalle famiglie locali, ed è un’occasione per dargli delle opportunità di vita dignitosa; di certo una vacanza che non ha niente a che fare con i villaggi turistici pieni di gente che del vero Senegal non vedranno niente, ma un viaggio responsabile e autentico, un modo per fare del consumo critico anche scegliendosi le vacanze. Io, è chiaro, non sono qui in vacanza e non sono nelle condizioni di poter partecipare ai tour che lui organizza, ma è certo che in futuro, quando dovrò prendere delle decisioni in merito programmerò i miei viaggi considerando l’alternativa delle vacanze sostenibili.
Continuo il mio giro e incontro un gruppo di pescatori che, seduti a terra all’ombra, riparano le reti a mano, improvvisamente mi ritorna alla mente un piacevole ricordo: ero in Spagna, a Finisterre, un piccolo paese affacciato sull’oceano e, sulla piazza del porticello, anche lì un gruppo di pescatori riparava le reti, seduti a cerchio, e utilizzava la stessa identica tecnica. Due episodi lontani nel tempo e nello spazio che si legano tra loro apparentemente in modo casuale, ma dentro me acquistano il significato profondo del senso della vita e della storia dell’uomo, di secoli di guerre e conquiste rimane il senso minimo delle cose: un gruppo di pescatori che ripara le reti. La conferma che siamo tutti uguali, bisogna solo mettendo bene a fuoco il nostro modo di osservare e poi è evidente.
Prima di andare via, sul ponte di legno, incrocio un ragazzo che ha un gran sorriso stampato sul viso. Mi ferma, ma stranamente non lo fa per vendermi qualcosa, lo fa solo perché il mio volto lo incuriosisce e allora iniziamo a parlare e mi racconta che lui viene dalla Guinea ed è venuto in Senegal perché nella vita vuole fare il musicista. Parliamo in inglese e devo dire che è la persona che lo parla meglio tra tutte quelle che ho incontrato. Mi va di approfondire la questione musicale e lui mi spiega che fa il percussionista e il suo sogno è quello di conoscere le musiche di tutte le culture del mondo per incidere un album che possa racchiuderle tutte. Il suo spirito d’iniziativa e la sua voglia di conoscenza musicale si trasformano in curiosità verso la musica che fuoriesce dall’i-Pod che tengo incollato ad un orecchio. Stavo ascoltando i Radiohead, album Hail to the Thief, traccia The gloaming , la linea ritmica è fatta in elettronica, gli dico che si tratta di “musica europea”, so benissimo che ne sto mettendo a dura prova la reputazione, dandola in pasto, come primo ascolto, ad un ragazzo che solitamente suona afro; infatti la smorfia sul suo volto sembra dire “ma che è sta cosa?”. Avrei voluto un approccio più moderato, ma stavo ascoltando quello e per onestà intellettuale ho preferito non cambiare. Finita l’esperienza dell’ascolto, gli chiedo come mai sia venuto in Senegal per lavorare nella musica e lui mi dice che qui tutto è più facile per un musicista, immagino che ci sia un mercato organizzato, concerti, produttori, talent scout, incentivi alla produzione musicale e invece, il mio amico intende dire che semplicemente i ristoranti gli permettono di fare qualche serata, quando c’è un numero sufficiente di clienti e i turisti apprezzano i concertini serali in riva al fiume e lasciano buone mance. All’inizio mi sembra assurdo che per lui questo significhi “lavorare nella musica”, ma poi capisco quello che sente dentro e che mi vuole trasmettere: vivere in giro suonando, con altri amici musicisti, potendosi permettere qualcosa per mangiare e dormire è tutto quello che gli serve, lui d’altronde vuole fare solo il musicista. Ed è quello che fa. Cosa desiderare di più?


23 Dicembre 2011
Le donne senegalesi sono uno schianto. Sono eleganti e negli occhi neri sembrano custodire segreti millenari. Raggiungono il massimo del loro splendore quando camminano per strada con il contenitore con dentro la spesa sulla testa e il bambino attaccato dietro la schiena. Questa immagine dà proprio il senso dell’equilibrio, della perfezione, dell’armonia e simmetria del corpo. Camminano per chilometri in posizione perfettamente eretta, con chili di roba sulla testa avendo sempre le mani libere. Sono davvero bellissime. Raggiunta una certa età però è facile che perdano il loro fascino e inizino un irrimediabile percorso verso l’obesità. I seni, una volta alti e appuntiti, si abbassano; il culo prima sodo e rotondo, gonfia sproporzionatamente. Questo è dovuto alla moltitudine di parti (in media ogni donna ha 5/6 figli) e al fatto che magari quando arriva in casa la nuora, comincia a fare tutti i lavori che faceva prima la suocera. Quest’anno era stata proposta la candidatura delle donne africane al Nobel per la pace e dopo aver visto con i miei occhi ciò che sono capaci di fare posso dire che se lo meritano tutto. Da troppo tempo sopportano le ingiustizie di uomini poco volenterosi ma sempre pronti ad imporre i loro comandi e loro, le donne, ancora lì a lavorare nei campi, magari con il figlio attaccato dietro la schiena e poi a casa a preparare da mangiare e a pulire, a fare la biancheria e tutto il resto; con l’uomo che nel frattempo se la gode chiacchierando con gli amici mentre si prepara il the e che impone di essere servito e riverito al meglio. Molto spesso le donne africane devono anche sopportare l’umiliazione di non essere considerate più attraenti o sufficienti ad appagare le voglie del marito, che per tale motivo porta in casa la seconda moglie e poi magari la terza e se va bene ancora la quarta. E basta però, perché il limite al numero di mogli consentito dalla legge senegalese è quattro. Ma soffermandoci ancora sulle ragazze, il loro fascino può essere compromesso da abitudini strane per noi occidentali, ad esempio qui è facile vedere una ragazza che sputa a terra. Una volta, in macchina con Luisa, Milena e Sadio si parlava delle usanze regionali in Italia, arrivando a commentare il film Baarìa di Giuseppe Tornatore. Così intervengo  dicendo che molte scene del film raccontano di usanze che avevo già sentito dai miei nonni e riguardano episodi realmente successi a loro, come la scena iniziale in cui un signore chiede ad un bambino di sbrigare una commessa e poi sputa a terra intimandogli di tornare prima che lo sputo si fosse asciugato. E una sera, ritornando a casa dall’ufficio, Sadio chiede di fermarsi un attimo in un fast food per comprarsi la cena, poi mi guarda, sputa a terra e mi dice “torno prima che si asciuga”. Cari amici, questa sì che è integrazione culturale.

P.s.: a proposito di Sadio, ricorderete che in una delle prime pagine del diario vi avevo parlato del suo corteggiatore che aveva già una moglie a carico. Bene ci sono novità, lui ha detto che la moglie non la lascia ma in compenso ha chiesto a Sadio di sposarlo e lei è d’accordo. Le nozze, secondo i programmi, saranno l’ultimo dell’anno quando già non sarò più qui, peccato questa me la perdo. Ad ogni modo sono felice per lei.

19 Dicembre 2011

In Senegal lo sport più seguito in assoluto è la lotta. È ancora più seguito del calcio nonostante un sacco di gente indossi le maglie dei campioni delle migliori squadre europee. La lotta  in pratica è un rito, un ballo, un combattimento e un sport allo stesso tempo. In sintesi consiste nello scontro frontale tra due lottatori con lo scopo di far cadere l’avversario a terra con la schiena o col culo, seguendo determinate regole. Nella foto di fianco potete ammirare un momento tipico della lotta senegalese svolta sulla sabbia, che vede impegnato un lottatore locale contro un avventore sprovveduto che, di lì a poco, avrebbe perso inesorabilmente, finendo più volte col culo a terra. I più forti lottatori del Senegal sono i beniamini locali e vengono considerati delle vere e proprie star, le loro immagini sono appese nei locali, nelle macchine, persino nelle stanze da letto, in pratica dappertutto si trovano poster di questi enormi e muscolosi omaccioni, di fianco alle immancabili immagini dei santoni tipo Selin Touba e i marabout. I lottatori famosi sono molto ricchi, per un incontro arrivano a guadagnare anche diversi milioni di Euro. L’arena è un grande spazio circolare attorno al quale si accalcano in migliaia tra sostenitori (ogni lottatore ha il suo gruppo di fedelissimi fan), musicisti, incitatori e ragazze che cantano. La preparazione alla lotta dura diversi minuti in cui gli atleti svolgono una sorta di preparazione, muovendosi con aria spavalda e pavoneggiandosi e addirittura mettendosi a ballare quando passano di fronte ai tamburisti. L’abbigliamento tipico consiste in un costume slip e poi diverse collane e amuleti e si buttano addosso anche dei liquidi che rappresentano la forza, il coraggio, l’imbattibilità. Il rito propiziatorio dura un bel po’ e si creano spesso momenti di tensione tra le tifoserie avversarie con accalcamenti confusionari ai bordi dell’arena che però non si risolvono mai con risse. Chi perde il combattimento si sente inutile, piange frustrato, si dispera disteso sulla sabbia e sembra svenire, il vincitore invece viene osannato dai supporter, festeggiato ed esaltato come un re. Youssou una sera mi porta a casa sua a vedere un compatimento che trasmettevano in TV, quella sera tra i due lottatori c’era il “leone di Thies”, l’eroe locale. Ci sediamo con suo fratello, che non si distrae un attimo dallo schermo, mentre la sua piccola figlia di due anni è incontenibile e cominciamo a giocare insieme. Ad un certo punto inizia il combattimento e in casa cala il silenzio, i lottatori si studiano mentre la tensione cresce. Continuano a girarsi attorno al centro dell’arena e a studiarsi, si guardano e ancora si studiano. Io a un certo punto mi rompo e allora ricomincio a giocare con la piccola, che come me sembra poco interessata alle sorti del leone di Thies. Ma a un certo punto un grido forsennato, fortissimo, assordante mi fa saltare in aria. Poche volte ho provato uno spavento simile. Poi vedo il fratello di Youssou che salta come un pazzo esultando, prende la sedia e la sbatte a terra, tutti si abbracciano. Inizialmente sono confuso, poi capisco che il leone ha fatto cadere il suo avversario vincendo la gara. Da quel momento ho capito quanto è importante la lotta per i senegalesi. Un’altra sera invece sono andato a vedere un combattimento, mi ha subito colpito la calca di gente che provava ad entrare o ad arrampicarsi ovunque per riuscire ad assistere allo scontro, dentro l’arena c’è un enorme chiasso e pochissimo spazio per infilarsi e riuscire a vedere qualcosa, poi un incitatore gira per l’arena con un microfono attaccato a delle casse che stanno in piedi per miracolo, si avvicina a noi probabilmente colpito dal fatto che ci fosse un Toubab  in mezzo a un migliaio di senegalesi e mentre incita i lottatori mettendoci dentro qualche “Allah” e grida forsennate, si consulta col mio amico e poi comincia a gridare al microfono e nei suoi discorsi sento che a un certo punto dice “Italia” ed infatti la gente si gira a guardarmi. Questo momento di gloria ovviamente mi costerà qualche centesimo, ma comunque è da considerare un gran privilegio.


15 Dicembre 2011

Qualche sera fa sono stato ad un matrimonio. Si sposava un’amica di Sadio e mi ha invitato. Cioè nel senso, è stata Sadio ad invitarmi, gli sposi nemmeno li conosco. Io ho subito accettato soprattutto perché è una delle rare occasioni per sentire gruppi di percussionisti dal vivo. È la prima volta in vita mia che mi imbuco ad un matrimonio. Raggiungo Sadio a casa sua e la mia puntualità europea è resa vana da 2 ore di attesa per la preparazione delle donne. Poco male perché nel frattempo mi intrattengo con gli innumerevoli cugini, zii, sorelle con i quali scherziamo un po’. A volte basta anche una macchina fotografica per far divertire un gruppo di bambini per ore. Poi un cugino di Sadio insiste per avermi al suo fianco, accanto al vassoio di Thie Bou Jenn e mangiare insieme. Comincio a sospettare che al matrimonio non mangerò a sbafo e allora mi metto al sicuro con qualche cucchiaio di riso e pesce. Al matrimonio andiamo con la sorella di Sadio e suo marito, che parla italiano perché è stato per anni a lavorare a Treviso, per fortuna trovo qualcuno con cui dialogare senza gli impacci linguistici del mio francese mediocre. Mi racconta della sua esperienza in Italia e delle sue due mogli in Senegal e mi invita a guardarmi bene intorno durante la serata per trovarmi una moglie. La festa si svolge in un grande salone dove gli invitati, nell’attesa della sposa, si siedono su file di sedie ordinate rivolte verso una tavola imbandita. Entrando mi sento un po’ osservato, è inutile dire che sono l’unico bianco tra centinaia di invitati. E pensare che non volevo farmi notare, da buon imbucato. Se ciò non bastasse, il cameraman si avvicina e mi riprende fisso per lunghi interminabili secondi; la cosa si ripeterà diverse volte durante la serata. Poi delle ragazze passano distribuendo qualcosina da mangiare, è un piattino con qualche assaggio, niente di più distante dai banchetti pantagruelici a cui siamo abituati, ma forse è meglio così. L’arrivo della sposa è anticipato da una specie di sfilata di coppie di ragazzi, fa tutto parte dell’animazione, poi arriva lei in abito bianco elegantissimo e si dispone di fronte la tavola. Del marito non c’è traccia, mi informo e mi spiegano che lui arriva dopo, prima sta con i suoi amici a divertirsi in giro. Sinceramente non lo vedo mai arrivare, neanche dopo, o forse non lo riconosco. Tutti gli invitati, allora, si mettono in fila per consegnare il regalo, baciare la sposa, e fare la foto. La consegna dei regali dura tantissimo. Subito dopo entrano i percussionisti ed è il momento più bello della serata. Suonano divinamente e la gente comincia a sciogliersi, a liberarsi dalla formalità e dalla compostezza costretta da abiti molto eleganti e succinti. Le ragazze cominciano a buttare via le scarpe e a ballare in stile afro.
È una scena meravigliosa e penso a quanto sia assurdo che in quel momento proprio io mi trovi li in mezzo. Poi le amiche di Sadio notano che la situazione mi diverte e allora mi tirano in mezzo alla pista e mi ritrovo, impacciatissimo, a ballare da solo con tutti attorno che applaudono, ma non sono senegalese e questo è evidente. Non sono neanche un ballerino e di questo se ne accorgono subito. Ciononostante il cameraman continua a regalarmi primi piani come ha fatto ripetutamente durante tutta la serata, mi chiedo se gli sposi, quando rivedranno il filmino della festa, saranno contenti di avere un toubab costantemente presente nella ripresa, che non sa ballare e che soprattutto non hanno mai invitato.


10 Dicembre 2011
L’indomani partiamo verso Saint Louis, città coloniale al nord del Senegal, ma l’auto va in panne e restiamo per diverso tempo fermi ad una stazione di servizio. Poi scegliamo di dividerci: Milena e Luisa hanno già visto Saint Louis e allora si preoccupano di tornare a casa con un amico che sarebbe andato a prenderli, trainando anche l’auto, io e Antonio avremmo proseguito coi mezzi pubblici fino a destinazione. Dopo la prima sfiga dell’auto, la seconda è la visita del presidente della repubblica senegalese, Abdoulaye Wade, a Saint Louis per inaugurare un ponte di ferro, è in corso il suo discorso e le forze dell’ordine bloccano la strada. Il ponte è l’unico accesso al centro storico, anzi in realtà ci sarebbe una piroga che attraversa il fiume, peccato che attracca in una spiaggetta che è un misto tra porticciolo e discarica, per salire sull’imbarcazione bisogna immergere le gambe fin sotto le ginocchia in quella melma insalubre, guardo in faccia Antonio, scuotiamo la testa e ci rassegniamo ad aspettare che si sblocchi la circolazione. Finalmente il discorso finisce e decine di auto blindate ci passano davanti, accompagnando il corteo di Wade che abbandona la città. Il presidentissimo saluta la folla col mezzo busto che fuoriesce dal tettuccio della berlina scura, per lui ci sono tante ovazioni, applausi e incitamento. Chiedo ai ragazzi e ai passanti cosa ne pensino di lui, mi rispondono che è un grande presidente, che lo stimano parecchio e secondo le loro risposte la motivazione risiede proprio nell’aver costruito quel piccolo ponte di ferro. Tra tre mesi ci sono le elezioni presidenziali in Senegal, la mossa del ponte mi puzza di demagogico, Wade si ricandiderà e la gente qui ha già dimenticato tutte le cose che ha combinato nelle due legislatura passate, del fatto che abbia subito cambiato la costituzione per aumentare il numero di mandati consecutivi, di quanto il paese si sia arenato nei soliti problemi e quante mancate occasioni ci siano state per fare un passo in avanti e invece si è rimasti fermi alla solita politica del quartierino, dove i soldi scompaiono e si finanziano le aziende di amici e familiari. Ma cosa importa, Wade ha fatto il ponte. Così capisco che il gioco della politica è ovunque lo stesso: si architettano dei piani strategici per avvantaggiare pochi e ingraziarsi il popolino con piccole azioni concrete, che gli facciano sembrare che le cose vadano nel verso giusto e la politica è davvero servizio al cittadino. Specchietti per le allodole. Finito il clima di festa giriamo per la città, il centro è davvero grazioso, cerchiamo qualcosa da mangiare e un ragazzo che supporta la candidatura del presidente alle prossime elezioni si offre di darci una mano. Lungo il tragitto non fa altro che elogiare Wade e mi spiega che lui è uno dei leader del comitato giovanile locale. All’arrivo al ristorante si aspetta una mancia da me, io gli do una pacca sulle spalle e gli dico “mi raccomando alle prossime elezioni vota Wade” ed entro, deve esserci rimasto molto male. Verso sera andiamo a prendere il bus per tornare, non c’è un orario prestabilito si parte quando il bus si riempie. Attendiamo un’ora e mezza e finalmente si va, a metà strada però, per completare la giornata sfigata, si guasta il motore e rimaniamo li, al buio. Nel panico totale pensiamo di chiamare casa e farci mandare un taxi, è notte e non sarà semplice perché Thies dista ancora svariati chilometri, l’attesa si fa snervante e non sappiamo cosa stia succedendo. Ad un certo punto un uomo vestito di bianco si presenta a noi dicendo che abita nel villaggio li vicino e parla italiano perché lavora nei dintorni di Brescia dove fa il “vu cumprà”, è tornato a casa per un po’ di vacanza e adesso, di notte, l’avevano svegliato perché venisse a spiegare a due italiani, noi, cosa stesse succedendo e che di li a poco sarebbe arrivato un bus sostitutivo. In effetti così è, chiamiamo casa dicendo di non mandare più il taxi, ringraziamo quell’uomo e saliamo sul bus. È felice di aiutarci e addirittura è lui a ringraziarci, penso a come avrei reagito al posto suo se mi avessero svegliato in piena notte per dare delle informazioni e tranquillizzare due sconosciuti. Arriviamo a casa in piena notte, stanchi e sporchi, mi metto a letto e il mio ultimo pensiero va a quell’uomo che con tanta disinteressata gentilezza ci ha offerto il suo aiuto ma va anche alla considerazione che ho sempre avuto dei “vu cumprà” finora e a quella che, dopo questa lunga giornata, avrò al mio ritorno e, probabilmente, per tutta la vita.




7 Dicembre 2011

Alla fine di una settimana di lavoro molto impegnativa, con Antonio, Milena e Luisa decidiamo di passare il weekend nel deserto. Infatti ad un centinaio di chilometri a nord di Thies si trova il deserto di Lampoul, che è il tipico deserto africano, con le dune, i cammelli e il sole che batte. All’arrivo alla città più vicina aspettiamo diverse ore, perché la puntualità negli appuntamenti in Senegal è proprio un optional e i ritardi sono molto tollerati. Poco male, perché ne approfittiamo per fare amicizia con i bambini del luogo a cui compriamo un pallone; gli sembra un regalo meraviglioso, probabilmente la sorpresa più bella della settimana, qui è estremamente semplice rendere felici 20 bambini con soli 2 Euro. Organizziamo una partita, ma rincorrerli è davvero un’impresa, dopo due minuti sono stanco morto. Arrivati nel deserto, passiamo la notte proprio in mezzo alla sabbia, dormendo in tenda in un accampamento. Il deserto è come me lo immaginavo, non si vede altro che un orizzonte di sabbia, dune dorate. C’è scirocco e il vento cancella le orme dei passi e, più lentamente, cambia le configurazione degli avvallamenti, rendendo praticamente impossibile ritrovare la strada percorsa. Noi non ci allontaniamo più di tanto dall’accampamento e mi sembra una saggia decisione dato che ci troviamo nella “prigione senza confini”. Le parole di De Andrè nella canzone Il ritorno di Giuseppe rendono l’idea di cosa sia il deserto, i granelli di sabbia sono “minuscoli frammenti della fatica della natura”, passando tra le mani quei granellini penso a quanto miliardi di miliardi ce ne siano e come con i millenni la natura abbia combattuto le rocce riducendole a minuscole particelle.
Non poteva mancare il giro in dromedario e si rileva un vezzo da turista più che una passeggiata avventurosa. I dromedari sono vecchi e puzzosi e sembrano davvero degli animali pacifici, questi passano la loro “pensione” a fare piccoli giretti per la gioia dei turisti e delle macchinette fotografiche. La sera la cena all’accampamento è deliziosa, anche perché anticipata dalla performance di un gruppo di percussionisti e danzatori che ci coinvolgono con scarsi risultati e grazie al quale riesco a suonare un po’ anch’io il djembè.
Andiamo a dormire stanchi, l'indomani ci si sveglia presto perché ci dobbiamo spostare verso Saint Louis.



4 Dicembre 2011


Ormai sono passati due mesi da quando sono arrivato in Senegal e, devo dire, mi sono ambientato abbastanza bene. Mi sono fatto anche degli amici che frequento soprattutto la sera quando ho bisogno di distrarmi dal lavoro alla tesi. Youssou già lo conoscete, la sera spesso giro in motorino con lui ed è bello perché conosce tutti e mi porta ovunque voglia. Nota negativa: ha da poco montato un clacson dal suono parecchio fastidioso che sostituisce il grido “EH!” precedentemente usato per salutare, avvisare un passante che deve attendere prima di attraversare, intimare una macchina di stare effettuando un sorpasso. Tutto questo, ed altro ancora, avviene con una frequenza di 30 secondi e giuro che qualche notte quel clacson glielo rompo. Preferivo di gran lunga quando gridava ”EH!”.

Un altro amico è Elie, il gestore dell’internet point vicino casa. Il nostro rapporto è iniziato subito bene da quando il primo giorno che ho usufruito della sua connessione, peraltro a prezzi stracciati, mi ha offerto una bottiglia di birra dicendo che dalle sue parti si usa così, lo ha fatto parlando in inglese e questo di certo ha facilitato i nostri rapporti. Col tempo ho indagato su quali fossero quelle “sue parti” e ho scoperto che Elie è cristiano ed è originario del Ruanda. In più ho scoperto che la madre era di etnia Tutsi e il padre di etnia Hutu, e per chi conosce la storia del genocidio del Ruanda degli anni novanta capisce cosa ciò possa significare. Suo padre è morto di malattia nel 1992, un fratello è morto durante al guerra civile e la madre è stata uccisa perché era intollerabile che una Tutsi avesse sposato un Hutu. A volte l’uomo è capace di compiere azioni inconcepibili in nome di falsi ideali basati sul nulla. Fatto sta che di quell’unione, che era come un fiore nel deserto, un inno alla pace, è rimasto lui, il mio amico Elie, gestore di un internet point nel quartiere Diakao di Thies. Che poi internet point è proprio una parola grossa, si tratta infatti di una stanza di casa sua su cui ha montato delle postazioni pc collegate al suo modem, da un po’ di tempo il mio posto personale per connettermi è il tavolino davanti la porta della sua stanza. Grazie alle sue amicizie ho potuto conoscere posti nuovi, come un pub dove trasmettono le partite di calcio internazionale o un ristorantino dove servono carne di maiale, ed ho potuto anche vedere concertini, come quello di una fantastica jazz band americana e fare esperienze insperate come suonare nella sala prova della band più nota del quartiere o assistere in diretta al programma radiofonico del sabato sera in cui Elie fa il deejay, nello studio radiofonico con tanto di sala insonorizzata, cuffie e microfoni. Un giorno gli ho chiesto perché vive qui e lui semplicemente mi ha detto che lo fa per lavoro e viaggiare gli piace. Non avevo mai considerato la possibilità che un africano potesse viaggiare e spostarsi nella speranza di una vita migliore in un altro paese africano. Non so perché ma istintivamente ero portato a pensare che migliorare le condizioni di vita dovesse per forza significare arrivare in Europa. Mi sbagliavo.



26 Novembre 2011


La vacanza continua ed oggi ci aspettano le cascate di Dindefelo e i paesi Bassari. Per arrivare alle cascate passiamo da un boschetto meraviglioso dalla vegetazione molto simile ai nostri boschi della macchia mediterranea. Lungo il sentiero incrociamo il percorso di un torrente dove le donne del villaggio vicino si recano per lavare i panni, i figli, e se stesse. Per loro dev’essere un’occasione di socializzazione, per chiacchierare, magari spettegolare, lontane dagli occhi di mariti spesso troppo protettivi. Per noi si tratta di un tentativo ben riuscito di brusca invasione della loro intimità. Cerco di fare l’indifferente ma non posso che ammirare la loro bellezza e il loro impegno di lavandaie e penso a quanto dev’essere bello vivere la terra, stare a stretto contatto con la natura; per loro quel torrente è tutto, è la vita, è il luogo di incontro, è la risorsa necessaria alla sopravvivenza. Lungo il sentiero ci sono diverse liane, proprio uguali a quelle che usa Tarzan per raggiungere Jane in compagnia della sua fidata Cita. Difatti il boschetto è popolato da Scimpanzè, ma noi non li incontriamo, semmai potete scorgere nella foto un esempio di specie poco evoluta che si dimena, con scarsi risultati, nell’arte dell’attraversamento del torrente aggrappandosi alle liane. Su un dirupo vi è una grossa cassa di legno, frenata da dei grandi tronchi, la guida ci dice che secondo la leggenda li vi si nasconde un tesoro. Allora gli domando subito perché mai nessuno si è mai ingegnato di prenderla e aprirla. La sua risposta mi spiazza: “i nostri avi hanno pensato che è giusto lasciarla lì dov’è e mai nessuno di noi si sognerebbe di toccarla”. Questa volta, come tante altre, la saggezza del popolo senegalese s’infrange sui pensieri materialistici e veniali di un ragazzetto occidentale. La vita è fatta d’altro, non esiste solo il possesso, il denaro. Dovrò capirlo prima o poi. Quando raggiungiamo la cascata stavolta è la bellezza della natura a darmi l’ennesimo schiaffo morale. La cascata, alta un centinaio di metri, è uno di quei monumenti naturali che lasciano a bocca aperta e che non puoi fare altro che ammirare e pensare a quanto siamo piccoli confronto all’eternità della natura e ai suoi tesori. È un vero paradiso e io ci sono dentro. Con una piacevole sensazione di appagamento, ci allontaniamo verso i paese Bassari. Qui vive una comunità di 200 persone circa che conducono uno stile di vita curioso, conseguenza di alcune vicissitudini storiche particolari. Praticamente si tratta di una comunità animista che non ha subito l’evoluzione e il progresso civilizzatore. A vedersi sono molto coloriti e truccatissimi dappertutto. Centinaia di anni fa i musulmani li volevano convertire con la forza, e allora loro si rifugiarono tra i monti. Seguirono scontri violenti in cui i musulmani tagliavano i genitali agli uomini e i seni alle donne e altri simili soprusi, fin quando decisero di sacrificare le vite di sette giovani alle api del grande baobab, che punsero ovunque il capo dei musulmani il quale morì dopo cinque giorni. Da allora i Bassari decisero di costruire il villaggio attorno a quel sacro baobab, tra i monti. Qualche tempo dopo, arrivarono i cristiani che però furono più tolleranti e diedero un aiuto principalmente medico e dopo lasciarono liberi di scegliere se diventare cristiani e in quel caso gli consigliarono di mantenere almeno in parte le loro tradizioni animiste. E così, oggi gli abitanti dei paesi Bassari sono un misto cristiano-animista dove c’è una chiesa e un prete che sale su in montagna a celebrare messa ogni domenica ma contemporaneamente si crede allo spirito degli alberi o di alcuni animali. Li raggiungiamo attraverso un sentiero tortuoso, arrivati lassù scambiamo la possibilità di fotografarli con sapone e noci di cola (la materia prima che da il gusto alla famosa bibita gassata) e loro ci raccontano la loro storia e le loro bizzarre abitudini come l’abitudine per le donne sposate di infilarsi una stecchetta di legno nel naso o quella di chiudere per 5 mesi in una stanza tutti i giovani in età adolescenziale con gli anziani del villaggio, per il rito di iniziazione, in cui si insegna come vivere, come lavorare, come fare famiglia e procreare oppure.
Tutto molto interessante ma ad un certo punto mi capita di fissare lo sguardo di una donna e comunicarle con gli occhi la domanda “ma io cosa ci faccio qui?” e leggere nei suoi “ma tu cosa vuoi da me?”. Vi dirò che mi sono pentito di essere andato fin li. Infondo che diritto ho io di invadere la loro vita? Loro vivono lì in pace da secoli, tranquilli. E io, così come tanti turisti prima di me, entro in casa loro solo per assecondare una curiosità da neoesploratore in 4x4 e zaino da trekking, abituato nella vita a divorare tutto, anche la conoscenza. Ma qui non siamo allo zoo e loro non sono delle bestie. Sono esseri umani e hanno diritto di stare in pace, senza che un gruppo di toubab invada la loro quotidianità.


23 Novembre 2011

In Africa, ogni mattina una gazzella si sveglia e sa che per sopravvivere dovrà correre più del leone. In Africa, ogni mattina, un leone si sveglia e sa che per mangiare dovrà correre più della gazzella. Non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che cominci a correre. Così recita un famoso detto. E io aggiungo: questa mattina in Africa il leone e la gazzella non si sono svegliate. Ma per capirlo facciamo un passo indietro.
 È arrivato da un paio di giorni Antonio, un simpatico amico di Milena, che ha deciso di trascorrere qui la sua settimana di ferie. Ne approfittiamo per organizzare un viaggio che volevamo fare da tempo, nella regione di Tambacounda per visitare Niokolo-Koba, il parco nazionale più grande dell’Africa Occidentale (90 mila ettari!), le cascate di Dindefelo e i paesi Bassari, abitati da aborigeni animisti. Il primo giorno è dedicato interamente al viaggio. È una tragedia. L’organizzazione non è il forte dei senegalesi e più volte rischiamo di perdere la pazienza ma alla fine, tra mille difficoltà, ritardi e coi mezzi più improponibili arriviamo all’accampamento alle porte del parco in serata, pronti per fare il safari il mattino dopo. La mancanza di corrente elettrica e di acqua corrente passa in secondo piano, data l’euforia di andare nel parco e vedere in azione gli animali della foresta. Il mio obiettivo dichiarato fin dall’inizio è avvistare il re assoluto, il leone, e lo comunico subito alla guida, la quale ridendo mi da poche speranze perché, mi spiega, nella stagione autunnale la vegetazione è molto florida, data la fine recente delle piogge, per cui il sottobosco è molto alto e di animali se ne vedono pochi. Il leone in particolare è raro da vedere e in 20 anni di esperienza lui l’ha visto solo 4 volte durante la “bassa stagione”. E di fatti siamo gli unici sfigati a girare in fuori strada le vie sterrate del parco. È la medesima sensazione di trovarsi in un lido il 20 Dicembre mentre nevica. E di fatti le prime ore di safari sono povere di risultati, vediamo qualche uccello simile alle quaglie e nulla più. È questa la ragione per cui dico che questa mattina, in Africa, il leone e la gazzella non si sono svegliate. Dopo un po’, forse per non farci sentire troppo sfigati, la guida ci fa vedere una pantera che è tenuta all’interno di una zona recintata. Infatti si tratta di un cucciolo sopravvissuto ad una tragica sciagura: un bracconiere “toubab” ha ucciso la madre e tentato di portarsi dietro i suoi tre cuccioli, per fortuna le guardie lo hanno bloccato in tempo e cercato di salvare la vita alle povere bestie; oggi ne è sopravvissuta una grazie alla fondazione Brigitte Bardot che ne ha curato la protezione e l’allevamento in cattività. A proposito di bracconaggio, la guida ci spiega che era un’attività frequentissima un tempo e in parte avviene ancora ora, ed è la causa del continuo spopolamento di animali nel parco, che tempo fa doveva essere molto più pieno di elefanti, zebre, felini, scimmie di tutti i tipi etc. Sarà, ma io voglio vedere il leone e ci spero ancora. Ma del leone nessuna traccia. E nemmeno della gazzella. Semmai avvistiamo in lontananza un’antilope e qualche scimmia che si avvicina in cambio di formaggini, mi impressiona la loro somiglianza con l’uomo, lo sguardo, gli occhi il lass="Apple-style-span" style=e dita. Più tardi tentiamo un giro in pagoda sperando di beccare qualche animale che va a bere al fiume. Così non è, tuttavia vediamo diversi coccodrilli e ippopotami. Ma io volevo vedere il leone. Qualcuno mi fa notare che dato il nostro magro bottino potevamo anche andare allo zoo di Dakar, che è ad un’ora da casa, e lì vedere tutti gli animali senza dover sbattersi più di tanto. Ma non è la stessa cosa, sarebbe stato tutto così falso. Ma è arrivata l’ora di uscire e spostarci verso il villaggio dove passeremo la notte.
Questa storia non può finire così, merita un finale diverso. Forse intuite già a cosa mi riferisco. Usciamo dal parco e prendiamo la strada che lo costeggia quando è già buio. All’improvviso a soli due metri da noi, sul ciglio stradale, due grandi occhi s’illuminano nel buio. Me lo sentivo che sarebbe successo. Una leonessa affamata, questa mattina in Africa si è svegliata, ed evidentemente non ha trovato la sua gazzella, ragion per cui si è spinta fin fuori dal parco per cercare da mangiare. Ed è qui a pochi metri da noi, l’emozione è fortissima. Potrebbe essere molto pericoloso fermarsi, ma la voglia di ammirare la sua eleganza è troppa e l’adrenalina sale alle stelle. Poi ci accorgiamo che razionalmente, seppur estremamente interessante, tutto ciò è molto pericoloso e allora ripartiamo lasciandoci dietro la leonessa e un’enorme soddisfazione del sottoscritto. Youssou nota la mia gioia e mi confida di aver pregato Selin Touba perché ciò accadesse, faccio finta di credergli e lo ringrazio. Oggi in Africa, non importa se il nostro 4x4 impaurisce la leonessa oppure forse ai suoi occhi noi siamo le sue gazzelle, ciò che importa è che domattina mi dovrò svegliare per cominciare a correre. Lo farò con l’orgoglio di un leone.

17 Novembre 2011

Vi dicevo qualche giorno fa del Tabaski, la festa più importante dell’anno per i musulmani, in cui tutti gli uomini che possono permetterselo comprano un montone e lo uccidono. Io ho trascorso questo giorno di festa a casa di Sadio, la nostra amica e collega di lavoro. A casa sua sono stati uccisi ben 8 montoni e anch’io mi sono dato da fare nella fase di apertura e scuoiamento. Chi compra il montone è soddisfatto ed orgoglioso, d’altronde non tutti se lo possono permettere, per cui si tratta di una dimostrazione di benessere e il fatto che in questa famiglia vi siano 8 uomini che hanno un reddito mi fa supporre che la famiglia di Sadio stia bene rispetto alla media. Youssou invece è il primo anno che lo compra perché da poco ha un lavoro, grazie ad un motorino comprato con microcredito fa il servizio di “MotoTaxi”, però un montone può costare l’equivalente di 60-100 Euro, variabile col peso e i risparmi che ha messo da parte non bastano, considerato anche che tutti si fanno il vestito nuovo in occasione della festa. E allora, in prossimità della festa, gli è toccato lavorare 18 ore al giorno ininterrottamente, senza mangiare niente per guadagnare gli ultimi franchi e comprare, alla soglia limite della mattina della festa, il montone che tanto desiderava e tanto lo ha reso felice. Diversa sorte è toccata ad un povero padre, che aveva messo da parte i risparmi di mesi di lavoro, che con i figli per mano si è recato in piazza per comprare il suo montone e i vestiti appena cuciti dal sarto per tutta la famiglia, quando si è accorto di aver perso il denaro che aveva in tasca, disperato è scoppiato in lacrime, buttandosi a terra sulle ginocchia, abbracciato dai figli sconsolati. Si tratta proprio di una questione d’onore e la gente ci tiene tantissimo. Tornando alla mia giornata, dopo aver ucciso e scuoiato i montoni, per l’ora di pranzo si mangia la carne fresca e il fegatino e nel pomeriggio si continua a lavorare, pulendo le interiora, tagliando bene la carne rimasta. Poi si mangia ancora riso e carne e poi ancora a lavoro. In verità nel pomeriggio sono più le donne che lavorano, gli uomini fanno il tè davanti la porta e discutono con gli amici di sport, politica, del miraggio dell’Europa. Chi c’è stato ed è tornato sfoggia con orgoglio il suo benessere, mostrando i-pad e i-phone (di copia cinese) con le foto del duomo di Milano, della Tour Eiffel o delle colline svizzere; invano cerco di spiegare che non è tutto rose e fiori e che spessissimo chi attraversa il mediterraneo è costretto a condizioni di vita ben peggiori di quelle che aveva nel paese natio. Le donne nel frattempo cambiano dai 3 ai 4 vestiti e man mano che si arriva alla sera sono sempre più eleganti e si crea per le strade un bel clima di festa. Per quanto mi riguarda giro altre case tra amici, conoscenti e le case delle molteplici mogli degli amici e arrivo a sera che mi sento anch’io un montone ripieno. Però sono soddisfatto di aver passato una bella giornata in compagnia e di aver imparato tante cose nuove; ad esempio scopro che tutta la carne rimasta non viene subito conservata in frigo, ma si regala ai poveri, a chi non si è potuto permettere di acquistare il montone, perché è giusto che tutte le famiglie possano festeggiare il proprio Tabaski. La sera, la festa prevede che si faccia visita nelle case dei parenti e secondo tradizione si chiede scusa, “Balma akh” nella lingua locale, per tutto il male che si è fatto a chi ci sta vicino, anche involontariamente, nell’anno trascorso e che Allah perdona. Anch’io faccio un “tour delle scuse” accodandomi alla sorella di Sadio e suo marito che parla italiano perché ha vissuto a Treviso per 11 anni, e giro con loro le case di gente che non ho mai visto e quasi mi dispiace non aver niente per cui chiedere scusa. A sera la festa si chiude a casa propria bevendo latte caldo dolcissimo, così si fa in ogni occasione di festa in cui si mangia tanto. È ora di tornare a casa e alzandomi dal divano, dove distesi guardiamo in tivù il concerto in diretta di artisti senegalesi, inciampo su un vassoio facendo cadere a terra qualche bicchierino di latte. Mi sento terribilmente in colpa, ma ricordo che oggi è il Tabaski e me la cavo con un salvifico Balma akh.



11 Novembre 2011


Una sera andiamo a casa di alcuni amici di Youssou perché gli avevo parlato della mia passione per la musica e per la chitarra. Entriamo attraverso una porticina in un piccolo vicoletto e si tratta di una sorta di stalla con una decina dei pecore, attraverso cui si accede ad uno stanzino che è il luogo di ritrovo di un gruppo di ragazzi amanti della musica e delle droghe leggere. Difatti dentro ci sono un paio di chitarre, una tastiera, una tv che trasmette video musicali, un joint che gira e in sottofondo l’incessante puzzo di sterco animale, a cui evidentemente i presenti sono ben abituati. I ragazzi sono perlopiù rasta con addosso maglie di Bob Marley e cominciamo a suonare insieme, per fortuna qualcuno parla inglese. Il proprietario dello stanzino mi spiega che loro sono devotissimi figli di Allah e infatti subito dopo mi accorgo che alle pareti sono appese immagini di santoni tra cui l’ormai noto Selin Touba; poi lui mi suona un bel pezzo in stile reggae che parla del desiderio di pace e libertà del popolo africano e quindi mi invita a fargli sentire qualcosa di europeo. Io, spavaldo come mio solito, mi accingo a suonare un riff che in realtà è americano ma non fa niente, si tratta pur sempre di musica occidentale, poi suona di nuovo lui e poi è il mio turno e mi chiede di cantare, lo faccio giocando la carta Gaber che va sempre bene, sbaglio diverse volte le parole, ma non importa, tanto nessuno capisce una virgola di italiano, ma lo faccio mostrando sicurezza e a loro piace, così rimaniamo d’accordo di rivederci nelle sere a venire. Chissà se riuscirò a suonare in pubblico anche qui. Allungherebbe la trafila di esperienze musicali positive, dopo quella con i BitterMilk  a Torino o quella volta a Berlino, durante un viaggio organizzato dall’università, quando mi trovai a suonare in un pub sperduto con un gruppo rock, in seguito alle insistenze di qualche amico che aveva bevuto troppe birre tedesche. Spero di ripetermi anche qui ... vi terrò aggiornati.



7 Novembre 2011




In giro in questi giorni si vedono solo montoni, la città è letteralmente piena di montoni. La giustificazione sta nel fatto che domani c’è la grande festa del Tabaski, si tratta di una festa musulmana che ricorda il sacrificio di Isacco: Dio chiese ad Abramo di uccidere il figlio Isacco, ma poi gli concesse la grazia di poterlo sostituire con un montone. E’ un episodio narrato nella Bibbia, ma Abramo è un profeta anche per l’islam. Per il Tabaski ogni membro della famiglia che ha una rendita da lavoro deve uccidere un montone, così capita che per ogni famiglia si uccidano anche 4 o 5 montoni e si fanno dei gran pranzi anche invitando altri familiari e ospiti. Considerate però che quando parlo di singola famiglia non parlo della famiglia come la intendiamo noi: qui il nucleo familiare è composta dai genitori, i figli e le famiglie dei figli (di solito le famiglie dei figli maschi), e da contare anche i frequenti casi di poligamia, per cui non è raro che una casa abbia tante piccole stanze e un nucleo familiare possa essere composto anche da 10/15 persone.

Uno dei valori più belli che ho rivalutato qui è la generosità. Chi lavora in famiglia compra da mangiare per tutti e se guadagna qualcosa in più, il surplus copre le piccole spese come ad esempio le medicine per la zia o la retta per la scuola della nipotina; chi può permettersi di avere ogni giorno di che mangiare lo condivide sempre con tutta la famiglia e ne prepara in abbondanza per donare qualcosa alle famiglie dei vicini di casa, che magari stanno passando un momento di difficoltà. In buona sostanza, se i senegalesi eccellono per generosità, di contro non sono dei gran risparmiatori e per loro il guadagno che conta e che li appaga è quello necessario a mangiare per la giornata, per domani si vedrà.

Un giorno, con Luisa e Milena, decidiamo di fare una camminata a piedi e dopo alcuni chilometri, sfiancati dalla fatica e dal sole cocente, ci decidiamo a prendere un mezzo di trasporto che passa per quella strada interurbana, però stranamente sono sempre tutti pieni e allora una macchina ci vede in preda alla disperazione e si ferma. Sono tre ragazzi e si offrono di farci da trasporto a pagamento, poi ci prendono in simpatia e ci portano a casa loro. Vivono in un piccolo villaggio, la casa è pressappoco una baracca, ma ci danno dell’acqua fresca che desideravamo ardentemente e dei Koni, cioè dei frutti verdi che all’interno hanno tre cavità con della pasta gelatinosa che si mangia succhiando. Poi ci mettiamo a parlare un po’, il padrone di casa ci presenta i due suoi piccoli figli e la moglie, che è visibilmente gelosa delle due ragazze bianche che il marito le ha portato a casa, ci intratteniamo più del previsto e ci offrono il pranzo. A noi e anche a tutti i suoi gli amici si intende. Siamo una decina e ci mettiamo tutti attorno al vassoio di Thie Bou Jenn (il piatto tipico senegalese fatto con riso, verdure e pesce) e discutiamo sulle abitudini occidentali di cui loro sono piuttosto curiosi. Dopo riprendiamo il nostro cammino e non hanno nessuna intenzione di accettare il piccolo contributo che volevano offrirgli per la loro ospitalità. Il piccolo maschietto, che dapprima si nascondeva timidamente, dopo un po’ di giochetti si è affezionato a me e adesso non mi vuole più lasciare andare. Mi tocca promettergli che sarei ritornato in futuro.



2 Novembre 2011


Non è raro mangiare carne fresca. Per fresca intendo che l’animale è stato ucciso il mattino stesso. Il giorno del suo compleanno, Youssou ha voluto comprare un’anatra che nel giro di qualche ora è passata dalla gabbia al forno di casa. La scorsa domenica invece ha afferrato il pollo che allevavamo da qualche mese, gli ha tagliato il collo con un coltello ed è il povero pennuto è diventato il protagonista del nostro pranzo. Se quello dei fratelli Coen non era un paese per vecchi, questo non è un paese per vegetariani. E’ stata a mangiare da noi Sadio, che, come accennavo, è islamica arabica, ossia appartiene all’islam tradizionalista e a un certo punto faccio una battuta degna di Calderoli, che non ha fatto ridere per niente: dico “guarda che questo non è pollo, è maiale” lei mi guarda malissimo e continua a mangiare dicendo che conosce bene il sapore del pollo. Poi ne penso un’altra, ma stavolta mi trattengo dal dirla ad alta voce: ma se da noi ai bambini che lasciano il cibo dicono “pensa ai bambini africani che muoiono di fame”, qui cosa gli dicono? “Pensa a tutti i bambini europei che non hanno di che mangiare?” No probabilmente no. Il divieto di mangiare carne di maiale è solo la più nota delle pratiche muslim, un’altra è il divieto di bere alcool e infatti stavo per prendere la birra dal frigo e Youssou mi dice che preferisce non berne perché Sadio poi chissà cosa può pensare. Ma una cosa ancora più strana è il fatto che gli islamici tradizionalisti non possono aver nessun contatto fisico con l’altro sesso, a meno che si tratti del proprio marito, ragion per cui Sadio non può nemmeno stringermi la mano; è un peccato perché lei è simpatica, scherziamo spesso e devo sempre trattenermi da dimostrazioni d’affetto come carezze o abbracci. La simpatia è reciproca, lo capisco perché Sadio mi dimostra il suo affetto volendo a tutti i costi trovarmi una moglie. Sì, si tratta proprio di matrimonio. E allora mi propone una sua cugina, mi fa vedere la foto su Facebook e io ingenuamente le chiedo se fosse maschio o femmina, perché davvero non si capiva; chiedo pure consulto a un amico il quale sostiene che la fanciulla somigli a Balotelli con le trecce. Lei allora si è offesa e mi dice che ho perso una grande possibilità. In effetti la stessa sera, accompagnandola a casa, ci presenta la cugina ed è niente male, ha un fisico statuario e un bel sorriso. Ma non do seguito ai miei pensieri, d'altronde sono qui per fare la tesi. Comunque qui il pensiero del matrimonio è una costante, appena un uomo incontra una bella donna la prima cosa che le chiede non è “vuoi uscire a bere una cosa”, ma è “vuoi essere mia moglie?”. Il motivo di tanta leggerezza forse risiede nel fatto che per i musulmani è molto meno complicato ricorrere al divorzio e comunque il matrimonio è visto in modo diverso rispetto alla nostra idea. Sadio, ad esempio, è in attesa dell’uomo giusto e dopo una discussione sulla poligamia, promette che sceglierà un uomo ancora non sposato, perché non vuole essere la seconda moglie di nessuno, nonostante sia permesso dalla sua fede e soprattutto molto comune da queste parti. Lo spero bene, merita un marito tutto per lei. Penso di fare il “Cupido” della situazione e organizzarle una cena a casa nostra con Moustapha, il contabile dell’azienda in cui lavoro per la tesi e che vedo tutte le mattine, ma lei rifiuta perché adesso si sta sentendo con un altro, che ... guarda un po’ ... è già sposato (alla faccia della coerenza con quanto detto qualche giorno prima sulla poligamia) ma che giura di voler divorziare dalla moglie. Anche in questo caso tutto il mondo è paese.


28 Ottobre 2011


Nelle nostre passeggiate serali, vaghiamo per i quartieri di Thies osservando ogni minimo particolare, sgranocchiando cibo di strada che le donne vendono di fronte l’uscio di casa e discutendo. Al nostro passaggio attraiamo interesse e curiosità, siamo diversi, i bambini esclamano “toubab” e poi si avvicinano dicendoci “bon jour”, vogliono stringerci la mano e ci regalano splendidi sorrisi. Lo stupore dei bambini nei nostri confronti è dovuto al fatto che non si vedono tanti bianchi da queste parti e per i più piccoli si tratta di una novità assoluta, gli uomini dalla pelle chiara li hanno visti soltanto nei film o nelle pubblicità che trasmette la tv e a volte si avvicinano solo per toccarmi il braccio e la gamba con l’aria stupita.  In generale tutti ci sorridono e salutano e si offrono spesso di aiutarci a trovare la strada o per qualsiasi altro motivo. Le strade sono raramente asfaltate e quasi mai illuminate, nelle serate di luna piena però rimane tutto ben visibile anche dopo il crepuscolo. Molto spesso per strada i bambini giocano a calcio a piedi nudi e con addosso le maglie dei calciatori famosi dei club europei, squadre italiane comprese, in abbozzati campi di sabbia e terra; quando mi ci trovo in mezzo, mi piace farmi coinvolgere nel loro gioco e allora non appena mi avvicino al pallone li riempio di entusiasmo, quasi si aspettino che io giochi come Del Piero o Totti. Allora propongo di tirare un rigore e i bambini quasi litigano per chi fa il portiere. Poi posiziono la palla a terra, sentendo decine di occhi addosso che mi fissano, la tensione sale, preparo la rincorsa ed il mio orgoglio schizza alle stelle. Proprio in questo istante mi sovviene ogni volta lo stesso identico pensiero: seppur molti di voi sono a conoscenza delle mie modeste doti tecniche, voglio essere all’altezza della situazione e non fallire il penalty. Un vecchio maestro mi ha insegnato che in situazioni paragonabili ad un rigore tirato in un campo di calcetto, la cosa migliore da fare è tirare di punta. Si segna quasi sempre. E così, prendo la rincorsa, rallento facendo la finta, tiro una punta grezza e supero il portiere. E’ un tripudio, esulto, i bambini mi abbracciano e mi danno il cinque. Sono il nuovo Del Piero. Poi riprendo la mia strada verso destinazioni ignote, e mi lascio alle spalle il mio grande momento di gloria.



25 Ottobre 2011


In una delle nostre solite passeggiate ci imbattiamo in un groviglio insolito di gente elegante e macchine lavate a puntino di fronte ad un hotel. Ci fermiamo perché si tratta di un’esperienza imperdibile. In pratica lì dentro c’è un predicatore, il marabout , che è il discendente di Selin Touba. Quest’ultimo è un personaggio leggendario che si è opposto ai colonizzatori francesi che volevano imporre il loro potere e anche la loro religione e lui ha combattuto in tutti i modi per difendere la comunità islamica senegalese. Fin qui niente di strano, anzi, ma poi la leggenda vuole Selin Touba protagonista di una serie di miracoli, come ad esempio la volta in cui venne chiuso in un forno crematorio dai francesi e  alla riapertura lo ritrovarono illeso che leggeva passi del Corano oppure la volta in cui pregava restando sospeso sulle acque. I suoi figli, i marabout, che poi ho scoperto non si tratta dei soli figli naturali ma anche dei figli dei fratelli e degli amici più stretti, girano per il paese predicando e raccogliendo l’adulazione dei fedeli che li riempiono, aimè, di un sacco di soldi. Ed infatti il nostro marabout gira in limousine. Queste pratiche religiose riguardano l’islam senegalese, di cui è seguace Youssou che infatti conosce un bel po’ degli accompagnatori dell’adulato, e si differenzia dall’islamismo tradizionale in cui invece crede Sadio. Poi all’improvviso, il colpo di scena: il marabout in persona esce dall’hotel dove ha appena finito di predicare e, tenetevi forte, alla vista di noi tre bianchi (rarissimo da queste parti) ci osserva e ci chiama a se. Tutti sono increduli e ci guardano pieni d’invidia, ci avviciniamo, Youssou si getta ai suoi piedi baciandogli le mani, noi salutiamo un attimino imbarazzati, lui pronuncia qualche parola in wolof, la lingua locale, e se ne va via con lo strascico di fedeli dietro. Il nostro amico è entusiasta e incredulo e ci spiega che abbiamo ricevuto la sua benedizione e da quel momento in poi noi vivremo nel bene e sotto la sua protezione. A questo punto dovrei essere convinto che questa botta di culo debba da sola valere il prezzo del biglietto e che dovevo arrivare fin qui per avere la protezione contro il male per il resto dei miei giorni. Ma chissà perché, le leggende metropolitane che lo riguardano, l’area pomposa e chiccosa e la limousine che lo accompagna di predicazione in predicazione mi fanno volare basso. Ad ogni modo anche questo è Senegal.



20 Ottobre 2011


Il senegalese è commerciante e in quanto tale sa che può fregare l’acquirente ingenuo e inesperto, ragion per cui ad acquistare le verdure e il pesce per il Thie Bou Jenn (il piatto tipico locale) è Youssou, ma il solo fatto di andare in giro con i bianchi fa si che i prezzi lievitino anche fino a 5 volte. Durante la spesa del sabato mattina al mercato, il mio amico accompagnatore si mette a litigare con una signora che di mestiere toglie le lische ai pesci, perché gli propone di gonfiare il prezzo e poi dargli una percentuale, arrivano quasi alle mani e alla fine intervengono una decina di persone a calmare gli animi. Li per lì non capisco niente, solo dopo mi spiegano che Youssou stava prendendo le mie difese.
L’idea che i senegalesi hanno dei bianchi mi lascia senza parole. Passeggiando per le vie di Thies sento ripetermi la stessa parolina, soprattutto dai bambini, che mi guardano, sorridono e dicono “toubab”. Toubab significa “uomo dalla pelle bianca”, non è un’offesa e non è detto in senso dispregiativo, semplicemente è un’etichetta che porti addosso e non te ne staccherai mai.
Con Milena discuto della volontà comune di immergerci nella cultura locale, nell’integrarci nelle abitudini e nella vita dei ragazzi, di frequentare e fare quello che fanno loro, ma lei, desolata, mi spiega ch,e esclusi rarissimi casi, è molto difficile che un ragazzo senegalese vada oltre una chiacchierata di cinque minuti e i convenevoli del caso con un bianco. Le eccezioni a cui facevo cenno sono , ad esempio, Youssou e Sadio, anche se però sono legati alle ragazze per questioni rispettivamente sentimentali e lavorative. Milena mi racconta dell’impossibilità di restare a vivere qui con Youssou dicendomi “Ale, il problema nel vivere qui è che sono troppo bianca”.

La diffidenza verso i bianchi è dovuta all’esperienza di questo popolo con la maggior parte degli uomini dalla pelle chiara.
I toubab che vivono qui solitamente frequentano luoghi diversi dalla gente locale, vivono alla maniera toubab e l’unica relazione intessuta con la gente del posto passa attraverso l’elemosina e qualche regalino qua e la, se non solo la frequentazione di bordelli o di cameriere sfruttate per pochi euro.
 Questo è quello che avviene oggi, ma c’è un aspetto legato alla storia: il bianco è identificato col colonizzatore e lo scetticismo dei senegalesi è senz’altro retaggio di tutte le malefatte e i soprusi subiti in secoli di storia di colonizzazione. Li abbiamo letteralmente schiavizzati e ridotti alla povertà totale; l’apparente decolonizzazione del secolo scorso, poi, è stata solo uno specchietto per le allodole, oggi in Africa a comandare è sempre l’uomo bianco. Aldilà dello strapotere economico delle multinazionali che si stanno impossessando dei consumi di tutti i paesi in via di sviluppo, le numerose guerre in corso in Africa seguono il medesimo copione: c’è un paese ricco di una risorsa preziosa, se esiste un governo eletto democraticamente che reclama la libertà di gestirla alle condizioni che meglio crede, allora un governo occidentale finanzia e fomenta un gruppo di rivoltosi; così scoppia la guerra civile, seguono le rappresaglie e colpi di stato armati. Dall’altra parte si trova la fazione fedele al governo attuale che intesse di solito accordi con un’altra superpotenza, la quale a sua volta arma l’esercito e lo organizza per la resistenza armata. Alla fine uno dei due gruppi avrà la meglio e seguiranno condizioni migliori per gli interessi economici della superpotenza che lo supporta in maniera pseudo-occulta. E’ quello che ad esempio è successo in Congo per accaparrarsi il Coltan (minerale usato per la produzione di componenti elettronici, utilizzati anche nel pc da cui scrivo); dietro ai protagonisti della guerra civile c’erano Stati Uniti d’America e Francia, i primi hanno messo al potere una quindicina di anni fa il generale Denis Sassou Nguesso con un colpo di Stato al governo allora supportato dalla Francia; lo stesso schema si è ripetuto altre volte,  come in Sierra Leone per i diamanti o come succede in tanti altri Stati per il petrolio. Questione di business. Le guerre si fanno tutte per business. Gli Stati occidentali si fanno la guerra nel modo più meschino, nascondendosi alle spalle di gruppi addestrati e finanziati segretamente, e magari allo stesso tempo i capi di stato si stringono la mano durante qualche incontro istituzionale. Sono marionette che recitano l’eterna commedia dell’ipocrisia. A pagarne le conseguenze sono sempre e solo generazioni di giovani che muoiono, fratelli che si sparano addosso, fomentati dalla promessa di denaro e potere. La nostra psicologia perversa gioca sulla voglia di riscatto di personaggi carismatici, sottratti a una vita di stenti e fame, in un piccolo villaggio nella foresta, incantati da una montagna di soldi e poi messi lì a governare, sotto il perenne ricatto dei governi occidentali. 
In “Occidente” spesso sappiamo ben poco di quel che succede quaggiù, nonostante i nostri beni di consumo di ogni giorno siano spesso frutto del sangue di altre persone come noi, spesso solo molto lontane. Ma è così che funziona e chissà per quanto la nostra coscienza rimarrà addormentata.



13 Ottobre 2011
Al mio arrivo all’aeroporto di Dakar la prima cosa che mi colpisce (nel vero senso della parola) è il vento caldo, l’afa dei 37°C è davvero insopportabile. Già dopo il controllo passaporti mi assalgono ragazzoni volenterosi che si offrono di portarmi la valigia, di cambiarmi i soldi, di vendermi una scheda telefonica e di accompagnarmi in città. Dopo essere stato per ore tra le nuvole, mi ritrovo bruscamente con i piedi per terra.
Arrivano Milena, Luisa, Youssou e Saido. Con le prime due ragazze condividerò la casa; sono volontarie L.V.I.A., la stessa ONG con cui svilupperò il progetto della mia tesi. Youssou sta con Milena, è senegalese, e praticamente anche lui vive in casa nostra. Saido lavora da poco con L.V.I.A., a stretto contatto con Luisa per imparare il lavoro da contabile che dovrà poi svolgere da sola quando il periodo di servizio civile delle ragazze italiane finirà.

Da Dakar a Thies ci sono appena sette chilometri, eppure impieghiamo tre ore ad arrivare. Uscire da Dakar è un’impresa, la circonvallazione della capitale si percorre a passo d’uomo, ragion per cui moltissimi vendono per le strade qualsiasi cosa: manghi, ricariche telefoniche, polli, giocattoli, stoffe e acqua filtrata in bustine.

Thies è una grossa cittadina, ma rispetto a Dakar è meno confusionaria. Soltanto le strade principali sono asfaltate, tutto il resto è un misto di terra e sabbia e l’illuminazione pubblica è quasi inesistente; a quanto pare il figlio del presidente senegalese possiede la principale azienda produttrice di gruppi elettrogeni e i black-out e i guasti alla rete elettrica pubblica sono molto frequenti e risolti in tempi biblici. Tutto il mondo è paese in materia di conflitto d'interessi.

Il mattino dopo, passeggiando per il mercato, mi rendo conto delle differenze che passano nel modo di intendere la vita. Il senegalese è commerciante e vende di tutto;  il centro della città è vivo fin dalle prime ore del mattino quando arriva il pesce fresco, le strade sono strette e da entrambi i lati le piccole bottegucce, spesso arrangiate con due bastoni in legno che sorreggono una lamiera, sono un insieme di colori, grida e odori. La cosa che più mi colpisce, però, è la profondità degli sguardi. Abituato a camminare per le strade di Torino dove ognuno vive la propria vita, rivolge lo sguardo assente solo davanti a sé, senza prestare alcuna attenzione alle persone intorno, qui vengo ripagato da sorrisi incantevoli, sguardi prolungati, saluti e strette di mano.
Qui la gente è abituata a guardarsi negli occhi e mi piace tantissimo, mi trovo davvero a mio agio, passeggiare per il mercato mi riempie di gioia.