Mentre ero qui in Silicon Valley ho avuto la possibilità di partecipare ad una di quelle iniziative che aiutano noi giovani studenti italiani ad aprire un po' la mente, il Silicon Valley Study Tour.
Tutto è iniziato quando, ormai 6 mesi fa, durante il mio corso universitario "Imprenditorialità e business planning" ci hanno annunciato che ci sarebbe stato un ciclo di conferenze riguardanti innovazione ed essere imprenditori. Dopo aver partecipato a questi eventi, avremmo potuto dire la nostra intervenendo nelle discussioni post-conferenze che si sarebbero tenute sul blog Silicon Valley Study Tour; le persone più attive in questo senso sarebbero state selezionate per un colloquio e avrebbero avuto la possibilità di partecipare GRATUITAMENTE ad un tour che avrebbe toccato tutte le più grandi aziende high tech della Silicon Valley.
All'epoca non sapevo ancora che comunque qui ci sarei arrivata per altre vie e questa iniziativa mi era sembrata davvero una gran figata!
Mi sono quindi lanciata ad ogni conferenza e non ce n'è stata una che abbia deluso le mie aspettative: da Marco Magnocavallo, imprenditore "seriale" con più di 15 anni di esperienza ad Andrea Baldini, laureato al Politecnico di Torino ed oggi uno dei pochi a provare "come si sta dall'altra parte", come associate in Earlybird Venture Capital. (qui l'elenco delle conferenze tenute a Torino)
Ma arriviamo al tour: 10 giorni immersi nella cultura imprenditoriale della Silicon Valley, incontrando quegli italiani che ci hanno provato e ce l'hanno fatta. A differenza degli altri 23 ragazzi selezionati dalle migliori università italiane, il SVST è arrivato per me dopo un periodo in cui avevo già potuto assaporare il clima che si respira in Silicon Valley.
Quello che più mi ha colpito delle persone che ho incontrato durante il tour è l'energia, la voglia di fare, la speranza, cose che spesso in Italia trovo solo in pochi eletti.
Il tour mi ha, quindi, confermato che qui chi ha le capacità va avanti, che bisogna attorniarsi di persone intelligenti, migliori anche di te stesso, proprio per potersi perfezionare ogni giorno, prendendo il meglio da ciò che ci circonda. Come spesso ho sentito dire, se sei fra persone intelligenti, qualcosa succede.
Il Silicon Valley Study Tour, nato nel 2005, è arrivato quest'anno alla 12^ edizione con 229 Alumni, grazie a Paolo Marenco, presidente dell'associazione La Storia nel Futuro e Jeffrey Capaccio, presidente del Silicon Valley Italian Executive Council, i quali sono riusciti a generare un ponte fra i giovani laureati di quattordici università italiane e alcuni fra le più importanti istituzioni (Standford University e Berkeley University) e aziende della Silicon Valley, creando per gli studenti grandi opportunità di lavoro e studio.
Già dal nome l'evento Teens in Tech Conference mi faceva pensare a qualcosa di strano. Ok che la tecnologia è ormai iper utilizzata dai più piccoli, ma avreste mai pensato a imprenditori di 14, 15 anni?
Io, prima del 5 agosto, no.
Teens in Tech Labs è
un'organizzazione fondata nel 2008 da Daniel Brusilovsky all'età
di 15 anni per fornire gli strumenti e incoraggiare i giovani, i teenagers
appunto, a diventare imprenditori. L'opinione di Daniel è infatti che il
genio e l'imprenditorialità possono arrivare a qualsiasi età ("entrepreneurship
doesn’t happen at a certain age, or a certain location — it happens
everywhere!"), basta avere gli strumenti e le possibilità. Teen in Tech
aiuta quindi i giovani imprenditori ad entrare in un network e in più offre un programma estivo di incubazione di otto settimane, durante le quali i
ragazzi passano da un'idea ad un vero prodotto.
Insomma, il 5 agosto sono arrivata senza sapere molto bene di cosa si trattasse alla conferenza Teens in Tech, tenuta ogni anno alla fine del programma estivo per la presentazione dei progetti.
La prima grande botta al mio ego è arrivata già con il primo speaker: Andrew Hsu. Non voglio star qui ad elencare la biografia di questo diciannovenne di Seattle; vi dico solo che a 19 anni ha tre lauree e un dottorato, ha aperto due fondazioni e ha lanciato la sua prima azienda nel campo dell'educazione.
Dopo di lui ne sono seguiti molti altri di questi mostri di bravura, come Zak Kukoff, imprenditore di 16 anni o Adam Debreczeni, sviluppatore iOS a 15. Sul sito Teens in Tech Conference trovate l'elenco degli speakers.
Ok, non è difficile capire che questi ragazzi rappresentano casi più unici che rari, ma il punto è che qui si inizia a sviluppare una mentalità imprenditoriale fin da bambini perchè si è immersi in questo contesto.
Provate a ripensare a quando avevate 15 anni... vi è mai venuto in mente che avreste potuto avere un'idea rivoluzionaria, imparare a programmare, sviluppare un prodotto e fondare un'azienda?
Questi ragazzini non solo lo pensano, ma lo fanno.
Fra i progetti presentati, secondo me, ce n'erano di davvero promettenti; qui la lista dei team.
Inoltre ciò che mi ha davvero colpito era la voglia e la capacità di questi ragazzi di parlare in pubblico davanti a centinaia di persone. Ho scoperto che qui negli Stati Uniti ai bambini viene insegnato fin dalle elementari a parlare in pubblico davanti alla classe e ad esporre le proprie idee. Ma io mi chiedo: perchè in Italia siamo così fessi a dare meno importanza alle cosiddette "soft skills"? Sono quelle che ci permettono di entrare in relazione con gli altri, di farci capire, accettare e apprezzare.
Come faccio se sono il più grande luminare al mondo, ma non so trasmettere la mia conoscenza? Mi sembra di scoprire l'acqua calda perchè queste sono cose con cui ognuno di noi si imbatte ogni giorno, ma ho finito l'università e ancora nessuno mi ha insegnato come comunicare.
Spero davvero che grazie alla rete alcuni di questi input d'oltreoceano possa arrivare anche al nostro piccolo stivale e che i quattordicenni di oggi possano iniziare a capire che c'è un mondo diverso là fuori, piuttosto che solo un Liberty 50cc Piaggio.
Io sono Italiana e in quanto tale sono abituata ai nostri ritmi: anche se ti impegni tanto, quello che vuoi, se arriva, di solito non arriva subito. Perchè? Burocrazia, le possibilità devi andartele a cercare, quello deve parlare con quell'altro, "eh ma tu adesso da dove arrivi con queste pretese" e tutte le problematiche a cui siamo abituati.
Qui in Silicon Valley mi sono, invece, resa conto che le cose prima di tutto accadono, ma sopratutto accadono in fretta.
Qui il racconto della mia esperienza al Mind the Bridge open house's event:
Ore 17.00 venerdì 9 settembre: Arrivo alla sede di Microsoft a Mountainview, che ospita l'evento Mega Startup Weekend. Un carpool organizzato il giorno prima e via in macchina da San Francisco con 4 sconosciuti, simpatici.
Per chi non conoscesse Startup Weekend si tratta di un evento in cui durante 54 ore (dal venerdì sera alla domenica pomeriggio) si sviluppa un'applicazione web o mobile, come base per un modello di business. I team di lavoro vengono creati in maniera completamente casuale: appena arrivati si ascoltano le idee altrui o si propone una propria ed ognuno sceglie il progetto su cui lavorare. Mega Startup Weekend è il più grande evento di questo tipo mai organizzato, in cui erano presenti 300 persone e tre categorie di progetti da scegliere: Health, Gaming ed Education, quella scelta da me. Veniva eletto un vincitore per ogni categoria; i tre sarebbero poi andati all'evento DEMOfall2011 a presentare la loro idea, partecipando al premio Rising Star di Startup America.
Ore 20.00 venerdì 9 settembre: Scelgo un'idea che mi sembra promettente: creare un nuovo tipo di banner pubblicitari su internet con giochi educativi (tipo quiz) al loro interno per coinvolgere di più l'utente.
Si forma un team intorno al progetto, gente proveniente da tutto il mondo, ma ci mancano gli sviluppatori. Riesco a convincere un ingegnere che era nella categoria Gaming a lavorare nel nostro team. Grande entusiasmo, iniziamo a pianificare il da farsi, ovviamente bisogna creare un prototipo.
Ore 00.30 sabato 10 settembre: Finiamo il plan iniziale e appuntamento 09.30 per cominciare a lavorare. Nel team già vedo che le competenze non sono omogenee, nè complementari e abbiamo difficoltà di comunicazione. Stanca morta, ritrovo i miei amici del carpool, si torna a casa.
Ore 09.30 sabato 10 settembre: Solo io e il mio amico sviluppatore siamo lì.
Ore 10.30 sabato 10 settembre: Non arriva nessun altro, lo sviluppatore torna nella categoria Gaming e abbandona il team.
Ore 11.00 sabato 10 settembre:Arriva finalmente Tony, il ragazzo sud-coreano che aveva avuto l'idea iniziale, con un altro componente del team che dice di saper programmare e poter creare la demo di cui abbiamo bisogno. Man mano arriva qualcun altro.
Ore 16.00 sabato 10 settembre: Siamo senza demo, il ragazzo che diceva di sapere programmare riesce a mala pena a creare un sito web con un software apposta. Nessuno prende le redini della situazione, molti se ne vanno, io provo a fare il business model, ma ogni volta i pochi rimasti cambiano idea.
Ore 17.30 sabato 10 settembre: Mollo il team, ancora non avevamo assolutamente niente in mano. Non so se tornerò domani, sento di star perdendo il mio tempo.Vado ad aiutare un altro gruppo nell'elaborazione del business model.
Ore 19.30 sabato 10 settembre: Mega festa!! Il morale torna alto. :-)
Ore 9.30 domenica 11 settembre:Sono di nuovo lì, decido che questa esperienza voglio viverla fino alla 54esima ora!
Arriva Tony e mi dice che ha trovato il modo di fare la demo. Inizio allora a fare la presentazione, mentre lui e altri arrivati dopo sviluppano il prototipo. I problemi di "feeling" nel team continuano comunque.
Ore 12.00 domenica 11 settembre: Prototipo finito! Inizia la validazione degli utenti del nostro prodotto: usiamo un test confrontando una normale pubblicità di Gucci e un quiz creato da noi (eccolo :http://www.adgame.co/test.html); stessa cosa per una pubblicità di Microsoft (http://www.adgame.co/test-2.html)
Risultati incoraggianti: più della metà degli intervistati trova più coinvolgente il nostro banner!
Ore 16.00 domenica 11 settembre: Presentazione del progetto. Siamo gli ultimi a presentare della categoria Education. Tra i tre giudici ce n'è uno davvero severo e io sono preoccupata.
Tony presenta. Il giudice si alza in piedi, apre il portafoglio e dice: "Here's all my money, I wanna invest in your company!".
Vinciamo!
Oddio, DEMO inizia domani.
Ore 18.00 lunedì 12 settembre: Aperitivo di apertura DEMO a Santa Clara; ci dicono che siamo in competizione con le altre due startup votate nelle altre categorie di Mega Startup Weekend: per vincere il premio Rising Star, dobbiamo farci votare dai partecipanti all'evento. Il vincitore avrà diritto alla presentazione del progetto e del prototipo sul palco principale, presentazione che alle altre startup partecipanti è costato 18.000 $. Niente male!
Ore 1.00 martedì 13 settembre: Finiamo di lavorare al prototipo nuovo, fatto apposta per l'evento DEMO fall2011 (visibile qui: http://www.fiveml.com/5ml/K5k0vCli).
Per fortuna che c'era il divano del mio amico Antonio a Palo Alto, così non sono dovuta tornare a San Francisco.
Martedì 13 settembre: Marketing a più non posso: giro tutti gli stand di DEMO parlando con chiunque mi capita davanti del nostro prodotto, mostrando il prototipo, ma sopratutto chiedendo il voto. Prima intervista professionale della mia vita.
Ore 13.00 Mercoledì 14 settembre: Aspettiamo dalla mattina presto l'esito dei voti. L'organizzatrice di Startup America chiama tutti a rapporto: abbiamo vinto!
Il pitch è fra due ore, bisogna prepararlo. Abbiamo bisogno di credibilità: convinco la responsabile di MicrosoftBizPark, sponsor dell'evento, a scrivere un articolo su di noi sul loro blog prima della presentazione finale e...lo scrive!
Ore 16.00 Mercoledì 14 settembre: Tony fa una presentazione eccellente! Grandi applausi e entusiasmo! DEMO è finito, ci siamo meritati un bel bicchiere di vino.
Uno dei blog tecnologici più famosi scrive di noi.
Ore 09.00 Giovedì 15 settembre: Vi prego lasciatemi dormire!
E ora la domanda da un milione di dollari: e cosa succede adesso?
Se ve la devo proprio raccontare tutta: niente per il momento. Il team continua a non funzionare come dall'inizio e non si può intraprendere un progetto sapendo che fra le persone non funziona in partenza. In più Tony ha deciso di andare avanti con altre persone, escludendo tutti gli altri del team, con mio grande disappunto.
Perciò al momento questo progetto lo tengo nel cassetto insieme agli altri che ho in testa e intanto continuo per la mia strada, di sicuro questa deviazione mi ha portato in 5 giorni tanta esperienza pari a quella che solitamente avrei guadagnato in anni.
Se al pier 39 di San Francisco ci sono i leoni marini, al pier 38 ci sono bestie ancora più strane!
Il pier 38 è (purtroppo ancora per poco perchè forse verrà chiuso) uno degli spazi di co-working sparsi per la città, ed è qui che si trova il nostro Mind The Bridge (Mtb).
Per chi non lo sapesse Mtb è una fondazione di Marco Marinucci, manager in Google, che lavora per creare un ponte fra giovane imprenditorialità italiana e l'ecosistema della Silicon Valley, offrendo supporto e insegnamento.
E' davvero confortante e mi riempie di speranza vedere che ragazzi che lavorano o vanno all'università invece di andarsi a fare la vacanza al mare, vengono tre settimane a San Francisco a capire come gira il mondo da queste parti.
Cosa ci faccio io al pier 38? Prendo come cavie da ricerca le startup passate per Mtb e scrivo la mia tesi sulle aziende nascenti a cavallo fra Italia e Stati Uniti...e ovviamente cerco di capire anch'io come gira il mondo!
Ma torniamo al focus del post...
Al pier 38 non si affitta un ufficio, ma si affitta un desk...sì proprio una scrivania!
Lo scopo di luoghi come questo è quello di favorire la collaborazione e lo scambio di idee ed è spesso per questo la formula preferita dalle startup e da incubatori come Dogpatch e Opinno. Gente proveniente da tutto il mondo lavora insieme in un openspace, si incontra davanti alla macchina del caffè, espone i propri progetti agli altri; è così che nascono le sinergie.
L'idea di co-working è nata qui nella valley nel 2006, con "Hat Factory", fondato a San Francisco da Brad Neuberg, successivamente cofondatore di Citizen Space, il primo spazio condiviso "work only", da cui è poi nato un vero e proprio movimento mondiale.
Anche in Italia questa formula innovativa di spazio di lavoro si sta sempre più diffondendo, per favorire la mobilità di persone ed idee. Inoltre affittare un proprio desk in uno spazio co-working consente di preoccuparsi soltanto di portare lì testa e computer, senza dover pagare utenze e avendo a disposizione tutto ciò di cui si ha bisogno in un ufficio, come stampanti, fax e sale riunioni.
Perciò amici...let's CO-work!
Per maggiori informazioni sul co-working in Italia, visitate:
Qui in cinque giorni puoi vedere il tuo nome pubblicato su uno dei più grandi blog tecnologici di innovazione. Questo è il mondo del self-made man americano, qui se vuoi, puoi, punto.
Ovviamente questo non vuol dire che sia facile, tutt'altro, non puoi presentarti un giorno, anche con l'idea più innovativa della terra, e pensare che ti stiano ad ascoltare; me l'hanno detto tante volte: non è l'idea in sè che conta, ma come la porti avanti. Qui ho imparato che le persone e i loro rapporti sono la chiave di tutto. Le due parole chiave della Silicon Valley sono team e networking.
Il team
Avete mai provato a lavorare sul progetto più interessante al mondo con persone con cui non avete grande feeling? Immaginate se il lavoro con queste persone e loro stesse influenzassero l'andamento di ciò in cui più credete e del vostro conto in banca. Ecco questo è quello che i co-fondatori di una startup si trovano ad affrontare: scegliere i loro soci, forse un lavoro più difficile che scegliere chi sposare. Il team è ciò che fa andare avanti o meno le cose, è quello che viene scelto dagli investitori ed è ciò che ti farà continuare a credere anche nei giorni più bui. Lezione 1: se ha un'idea e vuoi provarci scegliti i tuoi soci come se li dovessi sposare domani (grazie Loris Degioanni)
Il networking
Ma cos'è sto networking? In Silicon Valley non si fa altro e mentre di solito "sono i soldi che fanno girare il mondo", qui è il networking. Conoscere nuove persone, avere scambi di idee è ciò che rende questo posto così speciale. La cultura che c'è qui è unica, la collaborazione e l'aiuto reciproco sono visti come chiave del successo! Loro la chiamano la "win-win situation" dove tutti vincono. Qui hanno capito che la cooperazione e e l'aiuto senza eventuale ritorno paga nel lungo periodo. Qui i rapporti di lavoro (come dovunque) funzionano grazie alle presentazioni e alla referenze fornite da altri, ma una "raccomandazione" non avviene perchè lui è il figlio del cugino di mio zio, ma perchè le persone vengono considerate per quello che sono, se valgono o meno, senza troppi problemi. Il networking è quindi la chiave per farsi conoscere e valutare, creare relazioni profittevoli, scambiarsi feedback sulle proprie idee ed averne di nuove. La vera differenza qui è che, dato che si valutano le persone per quello che sono, il fatto che tu abbia 15 anni o 50 non influenza in partenza l'opinione degli altri e quindi la disponibilità a starti a sentire. Sono stata alla conferenza Teens in Tech Conference in cui ragazzini di 14 anni erano fondatori di startup di successo, quindi vi assicuro davvero che l'età, come qualunque altra variabile (colore della pelle, credo, paese di origine) non è discriminante.
L'altra parola chiave della valle è ovviamente Entrepreneurship, imprenditorialità. Anche qui credo che valga la pena spendere due parole su come il concetto di imprenditore qui sia totalmente lontano da quello tipico italiano. Chi è il tipico imprenditore in Italia? La prima figura che ci viene in mente è solitamente una persona sulla cinquantina un pò spocchiosa ed esibizionista (grandi macchine, vestiti firmati,..) che non ha raggiunto grandi livelli di istruzione, che è riuscito a tirare su e porta avanti un'impresa in settori tradizionali (edilizia, commercio, industria...) spesso non senza giri strani di soldi, favori, ecc...di cui principe dei principi il nostro caro nano. Ok, ora prendiamo l'imprenditore in Silicon Valley: una laurea o un dottorato; età media 20-30 anni; lavora su un prodotto che ha il potenziale (o già lo fa) di cambiare la vita delle persone; veste jeans e maglietta quando viene intervistato agli eventi di settore; ha piacere a far due chiacchiere con chiunque, ad aiutare e lasciare feedback e consigli ad altri che come lui vogliono provarci; spesso e volentieri (magari prima del primo round di finanziamento) dorme sul divano a casa di un amico e va in giro in bicicletta. Una bella differenza vero? Questo perchè qui vale quello che sei, l'intelligenza, la cultura e la volontà di scambio con il prossimo. E l'umiltà.
Vivendo a contatto con culture diverse, ci sono alcune dei valori e delle capacità insite nel dna italiano che vengono a poco a poco in evidenza.
Il sangue italiano porta in sè "l'arte dell'arrangiarsi"; il nostro popolo ha dovuto da sempre affrontare vicende storiche in cui solo l'ingegno poteva essere d'aiuto nel sopravvivere.
Questa capacità degli italiani è davvero unica; negli Stati Uniti, la gente è abituata a seguire procedure, eseguire piani, nel momento in cui c'è qualcosa che esce dai piani, panico.
Un italiano è abituato a vivere nel caos, gestisce il caos e "no matter how" una cosa la fa e il grande successo di un imprenditore è dato dall'abilità di portare a termine qualcosa a prescindere dal come; gli italiani, quindi, si contraddistinguono per grandi capacità di gestione in ambienti in continuo mutamento.
Un altro grande nostro punto di forza e differenza è nei rapporti sociali. Riusciamo a creare rapporti più profondi e diretti.
Uno dei grandi problemi dei rapporti sociali in USA è, secondo me, la mancanza di scambi veri e profondi. Questo ha impatto sia sui rapporti personali, come è possibile immaginare, sia sui rapporti lavorativi.
La capacità distintiva degli italiani è quella di essere più diretti, superando la barriera data dall'educazione di origine tutta inglese (politeness), che spesso porta a fraintendimenti e mancanza di chiarezza.
In più, per quello che è la mia esperienza, i valori di amicizia e famiglia che ci portiamo dentro sono qualcosa di unico e raro e non è un caso che spesso anche all'estero molti italiani cerchino "loro simili" per condividere le loro vite, formando vere e proprie comunità come quella che abbiamo noi qui in Silicon Valley. Essere italiani all'estero non è quindi poi così male, basta saper riconoscere e puntare sulle nostre caratteristiche distintive.
Ovviamente queste sono solo le mie idee e spero di poterne sentire altre e diverse. Scrivete!