Sono rimasta davvero stupita - e forse ormai faccio male- quando oggi leggendo i punti principali della legge di stabilità (qui il testo), non ne ho trovato uno relativo al rilancio dell'istruzione, della ricerca e dell'innovazione.
Ma come si fa a pensare di rilanciare un paese senza puntare sulla nascita di nuove imprese? Questa è pura cecità.
Gli Stati Uniti hanno investito nel 2011 ben 2 miliardi di dollari (non quattro caramelle) nel progetto Startup America per garantire l'accesso ai capitali, accelerare l'innovazione e fornire programmi di mentoring ed educazione imprenditoriale ai giovani con brillanti idee di business. Contemporaneamente è nato Startup America Partnership, un'iniziativa che comprende imprenditori, aziende e università e lavora per dare spinta all'innovazione e all'imprenditorialità, fornendo tutti i servizi e il supporto di cui i nuovi imprenditori hanno bisogno e promuovendo la nascita di network professionali che aiutino le persone e gli enti a trovare nuove partnership di sviluppo.
Tutto ciò nasce dalla constatazione che negli ultimi anni la crescita dei posti di lavoro dovuta alle startup è stata molto più alta di quella creata dalle aziende tradizionali (secondo diverse fonti). I posti di lavoro presenti in aziende con meno di 3 anni rappresentano dal 6 al 12% del totale a seconda dei diversi Stati (qui lo studio della Kauffman Foundation). Secondo la National Venture Capital Association, il 21% del PIL degli Stati Uniti è costituito dai ricavi di aziende finanziate da fondi di Venture Capital, mentre l'investimento totale rappresenta solo lo 0,2% del PIL (dati riportati nello studio "Venture Impact" scaricabile qui).
E in Italia i dati per fortuna non sono meno confortanti: come si legge in un articolo del Sole24Ore, nel 2010 la crescita dei posti di lavoro nelle startup italiane è stata dell'11% contro lo 0,6% delle aziende tradizionali. Perchè quindi non incrementare questa crescita creando cultura e strumenti?
Una delle risposte che mi sono data sta in una cosa semplice, ma per me fondamentale: l'età dei nostri politici.
Un parlamento da Jurassic Park come può essere vicino alle necessità di giovani studenti, ricercatori e imprenditori che vogliono investire le loro forze in tecnologia e scienza? Se l'età media è di 54 anni alla camera e 59 al senato (qui un riepilogo dell'Espresso), da dove dovrebbero arrivare queste grandi lungimiranze? Questi qui la loro vita l'hanno bella che fatta e a quanto pare non hanno minimamente idea di quello che vuol dire dar spinta alla creatività e allo spirito di iniziativa che è tipico di tutt'altra età; e non hanno neanche il senso di responsabilità di cercare per lo meno di garantirci un futuro.
E per quanto Mario Monti possa essere osannato come grande economista e accademico, cosa che non metto certo in dubbio, ha pur sempre 68 anni e i potenziali ministri di cui si parla per questo governo tecnico non sono certo di un'altra generazione.
Se si impasta tutto ciò ad una cultura attaccata alle radici e poco flessibile ai cambiamenti, si giunge al disastro attuale.
Se i governi non aiutano, bisogna puntare allora sul "crowdsourcing": da noi, dai singoli che diventano folla, devono partire le iniziative che possono portare un vero valore aggiunto alle nostre vite, ai nostri progetti e di riflesso alla nostra economia.
Ne conosco diverse che mi fa piacere ricordare:
- "Italian startup scene", il gruppo italiano di startuppers e non, più attivo nello scambio e nella condivisione.
- La fondazione Mind The Bridge, uno degli enti italiani che più aiutano i giovani imprenditori.
- L'associazione La Storia nel Futuro, la quale promuove lo scambio fra studenti e imprenditori fra Italia e Silicon Valley e crea network professionali di valore.
Sono interessanti anche i progetti della Fondazione CRT per Piemonte e Valle D'Aosta.
Spero che iniziative come queste continuino a crescere e grazie al loro successo possano far aprire gli occhi ai nostri politici.
